Questo breve, succoso saggio del nonno del più famoso Aldous Huxley, autore di Brave New World, pubblicato a Londra nel 1868, è qui tradotto per la prima volta in italiano per una ragione fondamentale: a quattrocento anni di distanza da Galileo, come sottolinea con meritoria chiarezza Antonio Bianconi, l’Autore espone con forza, ma anche con grande semplicità, la tesi che «esiste una sostanza comune a tutti gli esseri viventi». La fisica moderna, da Galileo in poi, aveva escluso il mondo della vita dal campo delle sue ricerche, allo stesso modo in cui, ancora in Descartes, morale e religione si sottraevano per principio all’indagine razionale. Ma ecco che, fin dalla seconda metà dell’Ottocento, Thomas Huxley considera il protoplasma come la sostanza fondamentale della materia vivente all’interno di una cellula, e vede, chiarisce Bianconi, «quest’identica vita brulicare nelle capsule urticanti della foglia dell’ortica come nella goccia di sangue spillata da un polpastrello». La questione non riguarda soltanto un ampliamento del campo di indagine della fisica. Dimostra conclusivamente l’inconsistenza della frattura fra scienze «forti», impropriamente dette «esatte», e scienze storico-morali, o «scienze soft», secondo le estemporanee teorie offerte da C. P. Snow negli anni ’60, con il fortunato opuscolo The Two Cultures and the scientific Revolution. Non si dànno due culture, bensì una sola cultura come capacità di consapevole valutazione critica globale della presenza umana nel mondo.
Franco Ferrarotti