prose e racconti

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è un libro di racconti brevi, anche brevissimi. Editore Gattomerlino, Roma 2016. La scrittura segue lo sguardo attento sull’esistente come fa un segugio con la preda, in uno stile piano, analitico, che mescola la vena creativa a un piacere descrittivo di lusinga per il lettore, invitandolo a entrare in un arazzo originale dalle mille sfumature. E’ come se l’autrice, di aneddoto in fiaba in racconto, abbia voluto per ognuno tentare di allargare uno spazio abitativo, una casa comune e speciale per le sue creature, a volte anche animaletti, e amici, e eteronimi e se stessa, fatta sulle misure di un genere di personaggio che sfugge restando, tuttavia delineandosi appena in corpi materiali. Come la bambina di pietra, che resta a farci compagnia nel tempo della lettura pur appartenendo a un altro universo. Sono, nella loro fantasiosa alterità, personaggi del tutto verosimili, anzi spesso molto reali e segnali di un’epoca dell’inquietudine e della mistificazione. Sono personaggi allusivi e emblematici. Occorre saperli ascoltare, tenendosi da presso il libro, contemplare e rileggere con cura alcuni quadretti qua e là perché, alla fine del libro, ci si accorge che non era solo di loro che Piera Mattei stava discorrendo ma anche di qualcosa di urgente e profondo, e di complesso, che ci riguarda tutti: la fine di un’epoca di certezze e di fedi. La fede nel mondo “per l’uomo”. Nel mondo dei “soggetti” costruito a misura dell’uomo, maschio e occidentale.

 

Si apprezza nel libro come l’autrice, senza per niente annoiare con sermoni intellettualistici, con la sola osservazione, nella sapienza silente e laboriosa della maestra di Itaca, (vedi l’esplicito nel racconto “L’incubo matematico”, dove la disperata ricerca di una parità intellettuale con la maestra diventa autotortura onirica, ma anche ipotesi erotica e politica) sappia aprirci a una infinita trama di relazioni di impossibilità che, infilate qua e là come voragini di senso, gettano un pesante dubbio sulle altre odierne relazioni che crediamo reali e inappellabili. Fondamentale resta il resoconto dell’incontro con il quadro di Lu Xun, per il quale Piera Mattei si trova in un certo senso messa in smacco: come se il messaggio inviato attraverso il corpo muto stagliato sulla tela, abbia attivato un imperativo morale, politico quasi, ad ascoltare ed eseguire: il richiamo insistente oltre i confini dello spazio e del tempo, quasi un comando-comandamento da un letterato rivoluzionario cinese del primo Novecento. E comprendendo, la sua mano ubbidisce con solerzia, in modo ineccepibile. Questo racconto è notevole, non meno di altri però, sia per l’accadimento in sé sia perché nella sua emblematicità recupera una nostra antica e mediterranea presenza del Fato; forse l’arcaica Temi, o la più classica Tyche, che da uno spazio parallelo e altrettanto reale muove il concreto lavoro delle Moire. Quelle Moire addette al destino dei viventi, moltiplicatesi nelle odierne studiose a salvare la materia inosservabile di un Tutto-Intero che ancora stenta ad apparire nella Storia della terra e che, però, sembra sia stato affidato a questo tessere leggero e appartato, ma potente; necessario; incorruttibile.

Ricordiamo che se fra le Moire ce ne è una che con le forbici recide il filo (cosa a cui si sono attaccati i pavidi maschi nel loro pensiero millenario) quel filo tuttavia ha un suo capo infinito che è anche la sua unica prospettiva concreta: il capo che va all’indietro, e risale attraverso la teoria delle nascite e delle madri al suo silente originario. Questa prospettiva, che è la verità femminile dell’infinito, è quella stessa che per vedere avanti guarda indietro verso l’origine e oltre. Un lavoro costante di creatività-e-cura delle donne, nel quale gli uomini con le loro società e le loro fedi sono semplicemente e soltanto “portati in braccio”, “tenuti su”, “sostenuti” come se nascessero e vivessero su un infinito ponte femminile, sospeso fra il Cielo Compiuto delle Temi e Tyche e Moire, passando per le cime storico-mitiche dell’ Olimpo e di Roma, fino a noi sulla terra temporale incompiuta. Si veda a questo proposito l’assoluta necessità nonché l’esiguo peso terrestre che riveste la figura di Anna nel racconto “il club”, a differenza invece delle pesanti e tentacolari forme maschili che la circondano. Qua Anna si rivela come il puntiforme apparire di un profilo alieno, un tratto sottile di quel Ponte trascendentale; esplicitando però, con la sua presenza fugace, la prospettiva della verità e perciò la possibilità per i maschi di trovare la direzione terrestre per un lavoro produttivo.

E’ un taglio ermeneutico, questo mio, che non si propone né come l’unico né come quello dominante. Semplicemente ho voluto dire che è stato bello leggere un libro così schietto, pieno di luce, pieno di amore per le tenui, aliene forme dei viventi.

Morena, 14-03-2018 copyright © by Daniela Negri